TOBIA E SARA

Il cammino di una famiglia

 

PREGHIERA (salmo 135)

Lodate il nome del Signore, lodatelo, servi del Signore,

voi che state nella casa del Signore, negli atri della casa del nostro Dio.

Lodate il Signore: il Signore è buono; cantate inni al suo nome, perché è amabile.

Il Signore si è scelto Giacobbe, Israele come suo possesso.

Io so che grande è il Signore, il nostro Dio sopra tutti gli dei.

Tutto ciò che vuole il Signore, egli lo compie in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi.

Fa salire le nubi dall’estremità della terra, produce le folgori per la pioggia,

dalle sue riserve libera i venti.

 

Dal Libro di Tobia   (2, 10 – 20)

Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: “Padre!”. Gli risposi: “Ebbene, figlio mio”. “Padre – riprese – uno della nostra gente è stato strangolato e gettato nella piazza, dove ancora si trova”. Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai e, lavatomi, presi il pasto con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: “Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento”. E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii.

Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c’era tenevo la faccia scoperta, ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi per le macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni fui cieco. In quel tempo mia moglie Anna lavorava nelle sue stanze a pagamento, tessendo la lana che rimandava poi ai padroni e ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando essa tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto per il desinare. Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare. Chiamai allora mia moglie e le dissi: “Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo il diritto di mangiare cosa alcuna rubata”. Ella mi disse: “Mi è stato dato in più del salario”. Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e a causa di ciò arrossivo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: “Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene dal come sei ridotto!”.

 

L’educazione dell’emotività e dell’istinto è necessaria, e a tal fine a volte è indispensabile porsi qualche limite. L’eccesso, la mancanza di controllo, l’ossessione per un solo tipo di piaceri, finiscono per debilitare e far ammalare lo stesso piacere e danneggiano la vita della famiglia. In realtà si può compiere un bel cammino con le passioni, il che significa orientarle sempre più in un progetto di autodonazione e di piena realizzazione di sé che arricchisce le relazioni interpersonali in seno alla famiglia. Non implica rinunciare ad istanti di intensa gioia, ma assumerli in un intreccio con altri momenti di generosa dedizione, di speranza paziente, di inevitabile stanchezza, di sforzo per un ideale. La vita in famiglia è tutto questo e merita di essere vissuta interamente.

(Amoris Laetitia n. 148)

Sono uscito di casa, Signore, e ho lasciato la mia storia di ieri perché oggi,

per me e per tutta la chiesa, inizia un tempo nuovo.

Nel mio cuore oggi si è accesa la fiamma della speranza,

che mi fa guardare lontano, oltre i miei usuali e piccoli orizzonti,

e accelerare i miei passi per allontanarmi sempre più dalle prigioni del male.

Ho un desiderio struggente, Signore, di scoprire lungo la strada un fiore,

di incontrare una persona che sorride, di incrociare una mano pulita,

di andare oltre il deserto dei miei sogni.

Voglio camminare, Signore, in questo avvento di grazia, per correrti incontro

perché io so e sento che al mondo non c’è altro all’infuori di te

per il quale possa spendere validamente la mia vita

così da meritare di comparire un giorno davanti a te con il cuore in festa. Amen.