Le cinque vie di Firenze: “in Gesù Cristo un nuovo umanesimo”

Uscire per la Chiesa, non è anzitutto il risultato di un impegno volontaristico, bensì la risposta ad un invito che proviene da Dio stesso, dalla sua chiamata coinvolgente attraverso Gesù Cristo nello Spirito. Senza dubbio, l’«uscire verso» dovrebbe essere preceduto e accompagnato dall’«uscire da»: ossia, la libertà della testimonianza esige di passare attraverso un’esperienza personale e comunitaria di liberazione, che domanda di abbandonare o almeno di purificare forme convenzionali, strutture irrigidite, comportamenti distonici, facili sicurezze, paure paralizzanti. D’altra parte, l’uscire non è funzionale, bensì strutturale per l’identità della Chiesa; comporta un discernimento comunitario e non è mai fine a se stesso, poiché è orientato all’incontrare e all’accompagnare, attivando una capacità di simpatia e di empatia profonde con la storia concreta delle persone, nella sua ricchezza e fragilità.

Annunciare. Chi “annuncia” dà una notizia, informa qualcuno di qualcosa che può provenire da se stessi o da altri. Spesso non è facile farsi ascoltare e trovare predisposizione in chi ascolta, perché viviamo in un contesto dove si parla continuamente, i messaggi si accumulano e possono diventare sovrapponibili o contrastanti. Tutto questo riduce o fa svanire il desiderio di ascoltare. Inoltre chi annuncia spesso annuncia solo se stesso e la propria parziale visione del mondo e della fede. È quindi fondamentale che chi annuncia porti dapprima una testimonianza, in modo da suscitare domande senza sprecare troppe parole, e provocare la mente e il cuore per predisporre all’ascolto. Così dalla fede testimoniata si può passare a una fede pensata, per camminare insieme come comunità di credenti e crescere nella comprensione della storia della salvezza. Il cristiano, infatti, annuncia qualcosa che non dipende da lui.

Abitare è una bella parola, che esprime alcune situazioni concrete della nostra vita. Indica fra l’altro il modo fiducioso, l’approccio familiare con cui ci rapportiamo alle cose e alle persone. Ecco perché, potremmo dire che, certamente, noi abitiamo luoghi, ma soprattutto abitiamo relazioni che impegnano il nostro agire e che ci chiamano a interagire con esse. Quando abitiamo un qualche luogo, in altre parole, vi troviamo sempre un senso, una possibilità di orientamento. Nel mondo che abita, questo senso il cristiano lo trova nella Parola di Dio. Ma quali sono le “situazioni concrete” che quotidianamente abitiamo e in cui siamo chiamati a far fruttificare la Parola di Dio? Si tratta di luoghi molteplici, che spesso si sovrappongono fra loro. Sono il creato – che la Lettera Enciclica Laudato si’ chiama “la nostra casa comune” da custodire (13) – e il mondo che siamo noi ad aver costruito; sono le città e i paesi in cui viviamo; sono i luoghi dello studio, del lavoro e del tempo libero; sono la famiglia e le più ampie relazioni di amicizia e di collaborazione; sono gli spazi reali e gli ambienti virtuali. Che cosa fare in questa situazione? Qual è la risposta concreta che il cristiano può attingere da una rinnovata frequentazione della Parola di Dio e dai documenti della Chiesa? In che modo le nostre comunità possono trovare, a partire da qui, un effettivo orientamento?

Educare, perché? Solo perché l’educazione è divenuta oggi “emergenza” e sfida? L’attenzione all’educazione, da sempre presente nella Chiesa, sta a indicare la ferma convinzione derivante dalla sua esperienza millenaria che educare è un compito sociale e storico permanente dell’umanità; è una dimensione inscindibile dell’evangelizzazione,  è appello e compito primario della Chiesa che cammina nella storia accanto all’uomo di ogni popolo e di ogni tempo. Educare è umanizzare, è prendersi cura dell’umano per portarlo a pienezza, è prendersi cura della persona, è sostenere e sviluppare processi di crescita e di innovazione a servizio delle persone e della società.  Priorità ineludibili sono: la formazione degli educatori; la creazione di alleanze e sinergie educative tra scuola, famiglia, comunità ecclesiale e territorio, università e mondo del lavoro; il sostegno e l’accompagnamento alla famiglia.

Trasfigurare è sguardo di fede,  rappresenta la sintesi delle quattro vie che la precedono. Alla luce di questo, possiamo individuate quattro “parole chiave”: mistero, liturgia, bellezza, profezia. Mistero, perché la trasfigurazione è anzitutto un’esperienza evangelica, capacità interiore che il credente attinge anzitutto nell’esperienza liturgica e da questa riverbera nel suo vissuto quotidiano. La liturgia è la cifra della trasfigurazione dell’umano, perché è il luogo sacramentale dell’incontro e della comunione tra lo Spirito di Dio e l’umano in tutte le sue forme. La domenica, in tutte le sue dimensioni, è la pienezza dell’umano: la festa, le relazioni più familiari e amicali, il riposo dal lavoro, la condivisione, sono tutte realtà umanizzanti!

L’evento evangelico della trasfigurazione è esperienza di bellezza,  realtà costitutiva dell’autenticamente umano e dunque anche dell’umanesimo evangelico.  Ed infine l’evento evangelico della trasfigurazione è una realtà profetica: significa essere condotti come Chiesa al discernimento all’interno del mondo nel quale il cristiano sta senza tuttavia appartenervi. Una Chiesa che sa stare nel mondo senza mondanizzarsi.